Smart Working, farcito di sclero, servito su un letto da rifare con contorno di bambini e gatti

Il racconto a cuore aperto di una giornata da smartworker.
#andràtuttobene
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© trentogiovani - Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Descrizione

Mi hanno chiesto di scrivere un racconto. Dovrebbe descrivere com’é cambiato il mio modo di lavorare durante questa pandemia. Ma… non ce la faccio. Sento che dalle dita, in questo momento, stanno uscendo solo rabbia, fastidio, scomodità, paura… So bene che i destinatari del nostro sito, i giovani, chi lavora con loro, hanno bisogno di storie, sì… di storie positive però.

Non riesco a farlo. No. Anzi, mi infastidisce trovarmi di fronte a questo compito. Vorrei scrivere un racconto ironico, leggero… un racconto che faccia sentire bene le persone. Ma non ci riesco.

Ho studiato e lavorato una vita per fare l’assistente sociale. Mi sono specializzata nell'ascolto delle persone, nella costruzione assieme a loro di un progetto e, se c’è una cosa che ho imparato, non senza fatica, è che se non ascolti prima le tue emozioni, il tuo stato d’animo… se non provi almeno ad accettarli e a guardarli in faccia… allora non riuscirai nemmeno a metterti in relazione con gli altri.

Già, ora non devo mettermi in relazione con una persona che ha bisogno o che vive una difficoltà, ma quel prezioso insegnamento voglio usarlo ancora. Anche se oggi non faccio più lo stesso lavoro di prima, voglio usarlo ancora. Per provare ad affrontare questo compito che mi blocca, voglio usarlo ancora. 

Quindi mi guardo. Mi guardo adesso. Io che normalmente sono una persona positiva, una persona “avanti tutta”, quella che di solito tiene su la baracca…

Ecco, io oggi ho voglia di arrendermi. Basta. Datemi una bandiera bianca perché voglio alzarla. Ora. Qui.

Ora, qui, mi trovo davanti ad un computer. No, non il mio; il mio sta crashando ad intervalli regolari di dieci minuti. All'ultimo crash ho deciso di cuocerci sopra due uova e vi assicuro che la competizione con la padella è stata alla pari. Dopo le uova sono stata in video call con lo staff di lavoro, bellissimo… tutti in meet… tutti in ordinati quadrati, un collage di visi spalmati sullo schermo, persone a testa in giù, animali domestici, bambini e i più variopinti sfondi…ops... il mio era fatto di un letto ancora sfatto.

Ora, qui, sono immersa per la seconda settimana nel lavoro di comunicazione di trentogiovani, da due settimane tengo d’occhio i social, mi informo senza sosta su quanto accade in Trentino, in Italia e nel mondo. Due settimane in cui alle 17.00 di ogni singolo giorno ho l’appuntamento fisso con Fugatti… manco al mio moroso ho mai dato tanta costanza. Stare così, dentro a tutto questo, è snervante.

Ora, qui, vedo tutti quelli che stilano le “quarantena to do list”: quelli che puliscono improbabili angoli della casa, quelli che riordinano gli armadi, quelli che fanno la tanto rimandata selezione delle foto sull'hard disk. Io oggi dovrò lavorare chiusa in camera per otto ore, quando avrò finito e uscirò dalla porta in legno che mi trovo alle spalle (e che si chiude solamente con una manovra di Heimlich) troverò un compagno accasciato a terra e la casa trasformata in uno shaker. Ma senza cocktail da bere, che la spesa si fa una volta in settimana e stavolta abbiamo scelto il latte per i nonni al piano di sotto.

La mia giornata lavorativa è organizzata in fasi:

  • fase uno – sgattaiolo fuori dalla camera con una pila tra le braccia composta da: pc, cavi pc, mouse, telefono, libri, agenda, blocco appunti, gli auricolari - che non si sa mai debba ascoltare un audio, borraccia (no la borraccia la mettiamo sotto il braccio, và );
  • fase due – mi accomodo in soggiorno ricreando una parvenza di tavolo da lavoro e inizio a collegarmi con la timbratura online che oggi mi ha inviato questo messaggio “ancora tu? Non dovevamo rivederci più?” sulle note di Battisti;
  • fase tre – avendo ben compreso che anche oggi non riuscirò a timbrare, inizio a scorrere la lista delle cose da fare ma…MA…arriva figlio numero uno (accensione tv);
  • fase quattro - sistemato figlio numero uno, arriva figlio numero due (lotta al telecomando mode on);
  • fase cinque – arriva compagno numero uno (no scusate…l’unico compagno, unico e tanto amato) che sdogana la camera da letto;
  • fase numero (ho perso il conto) – ricompongo la pila di oggetti di cui sopra, in assoluto ordine sparso e mi preparo allo spostamento, possibilmente perdendo oggetti lungo il corridoio (ma non se ne accorge nessuno tanto è disseminato di oggetti vari);
  • fase numero … ultima – okkey ho solo ancora sei ore su otto da fare – crash emotivo.

Stare dentro questa pandemia mi fa uscire una parte davvero acida. “Male” pensavo all'inizio di questo racconto. “Bene” penso adesso. Sarà comunque utile per capire meglio cosa c’è dentro di me e perché, oggi più che mai, credo escano in tanti di noi pensieri ed emozioni così veri e così forti. Voce fuori campo che dice: “Vale la pena ascoltarli, prendersi il tempo di stare con loro” (si, lo so… dopo richiamo il mio terapeuta).

Se il tempo per tanti si è dilatato per molti appare invece ristretto in una morsa anonima e digitale. Ad ogni modo se dovessi trovare un augurio (oltre #andràtuttobene) credo sarebbe che questo tempo così strano possa essere un’occasione per guardarsi e per ritrovarsi…

Siamo sempre gli stessi di prima, la frenesia riusciremo a ricrearla anche ora, anche online. Quale sarà allora la differenza che riusciremo a conquistare?

Io proverò a trovare un equilibrio nei contenuti che devo comunicare per il mio lavoro, cercherò di fare “yoga” tra post ironici e post pesanti, cercherò di accettare che i miei colleghi stiano entrando a casa mia, che ogni tanto ci sia una voce fuori campo, che l’oggetto delle email non sia ancora usato per taggare l’argomento, che vengano usate sette diverse piattaforme di messaggistica contemporaneamente, ma soprattutto…soprattutto cercherò di comprarmi un nuovo pc dato che l’attuale lo sto mettendo sul bancone della cucina come nuovo tostapane.

Ora vado a recuperare il badge per passarlo in cucina ed avere anche oggi il mio pranzo!

Dimenticavo, è arrivato anche figlio numero tre…

Un ringraziamento speciale alle mie colleghe che in zero due sono passate da “digital last” a “digital first” (adesso però calmatevi eh); alla mia bisnonna che, dopo una guerra, ora a 95 anni se ne sta chiusa da sola nella sua camera della casa di riposo; ai miei bambini che rendono questa casa/ufficio/scuola/centro diurno uno stupendo casino; a Tina la “mia scup” che è stata presente fin da subito (e non posso dirvi tutto ciò che c’è dentro alla parola “presente”); a mio bisnonno che nel 1911 ha costruito una casa con un giardino dove possiamo pascolare; ai miei gatti che sono incessantemente al lavoro per aprire un varco nella porta di legno e tornare da me (credo in voi, ce la farete!); a mio fratello che mi ha portato su dalla cantina una vecchia tastiera; a mia cognata che sta lavorando in ospedale; al mio compagno (per mille spettacolari motivi e) perché si sta reinventando con flessibilità e amore e anche oggi mi ha offerto il pranzo.

Sara

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Data: Lunedì, 30 Marzo 2020