Descrizione
Proprio così, esattamente dodici mesi dopo si ripresenta la medesima circostanza. Che si creda o meno alle coincidenze, stavolta è inevitabile porsi delle domande. C'è chi attribuisce la situazione al caso, senza preoccuparsene. C'è chi crede che lo studente, oggi, sia bloccato dalla paura di mettersi in gioco, proprio come ha apertamente dichiarato uno dei nostri attuali rappresentanti in clima elettorale. C'è anche chi non è stato minimamente toccato dalla questione, che non senti il bisogno di allarmarsi finché noi studenti avremo a disposizione lo spazio delle assemblee di istituto (e forse nemmeno allora). Diversi punti di vista confermano non vi sia una univoca motivazione all'origine. Candidarsi a rappresentare l'istituto significa spendere fatica, rubare tempo ad altre attività e metterci la faccia con l'obiettivo di realizzare le proprie idee. Vale a pena farsi piccoli mentre nella società odierna crescono sfrontatezza, sfacciataggine e insolenza (scambiata spesso per audacia e disinvoltura)?. Ha senso parlare di "timore della tirannia d'opinione?".
E se il problema fossero le idee?
Non si tratta di esprimere un giudizio di valore riguardo l'idea in sé, ma della mancanza dell'idea stessa!
Quando uno studente ha una valida idea e ci crede, trova sia la forza di confrontarsi con gli altri studenti sia i mezzi per vederla realizzata (...) Quando a monte risiedono forti motivazioni e grande determinazione, il risultato è lampante.
Possibile che uno studente non abbia valide idee? NO. La questione è direttamente collegata all'interesse che un allievo nutre per la propria scuola. Interessarsi a ciò che ci circonda e a ciò che ci riguarda, ai nostri diritti, ai nostri spazi, alle nostre effettive possibilità di azione in quanto studenti deve essere il punto di partenza. La voglia di migliorare la situazione, d'impegnare le proprie forze per una causa maggiore, di sentire la necessità di voler incidere e, perchè no, di diventare rappresentante in Consiglio d'Istituto, a quel punto, verrà naturale. Se davvero avessimo sentito il bisogno di cambiare le cose al Galilei avremmo avuto un numero più consistente di candidati. Invece ciò che emerge è l'appiattimento della volontà dello studente, il fatto che le cose vadano bene così come sono o comunque che non si abbia il minimo interesse di lottare per il proprio futuro. Si tratta di una situazione difficile da gestire che non presenta un'evidente via di risoluzione. Sono dell'idea che ciò di cui tutti abbiamo bisogno sia il senso di appartenenza alla nostra scuola. Non sentendoci parte di essa è logico non interessarsi alle sue problematiche e fingere di averla a cuore. Il senso di appartenenza alla nostra scuola non è rappresentato certo da indossare tutti la stessa maglietta d'istituto o di andare in giro ad affermare la superiorità del Galilei sule altre scuole, ma contribuire nell'organizzazione delle assemblee e nelle raccolte fondi offrendo il proprio tempo e la propria originalità e capacità, di prendere attivamente parte alle discussioni sostenendo liberamente il proprio parere, dimostrandosi aperti al dibattito e disposti a mettersi in discussione.
Infatti, come sostenne J.S. Mill, è proprio dalla varietà e dall'eterogeneità dei caratteri di una realtà, in questo caso quella scolastica, che deriva la crescita stessa.
Sara Tamanini
Questo articolo è tratto dal giornalino scolastico del liceo Galilei "La Voce", numero 1, anno XXIII, dicembre 2015.
Per motivi di spazio e di comprensione il testo è stato modificato in alcuni punti.