Arrivi, visa Restriction, toponomastica e i monumenti dell’UCK

A cura di Mattia Perizzolo

La tratta aerea Verona-Pristina è un ponte gettato sopra un confine fisico e uno immaginario. Il viaggio, breve, segue probabilmente lo stesso percorso che i bombardieri NATO hanno tracciato dalle basi nel Nord-Est Italia fino ai loro target in Kosovo e in Serbia per più di settanta giorni nel 1999.

Il primo confine, quello fatto di dogane e fusi orari, è spalancato per alcuni e invalicabile per altri. Chi affolla l’aereo su cui voliamo sono Kosovari emigrati in tutta Europa (quando ancora si poteva scappare dalla guerra) che tornano per le vacanze estive, militari KFOR italiani di stanza nel Paese e cooperanti internazionali. Ecco, per noi è facile. I nostri passaporti europei e i premessi di soggiorno permanenti permettono di entrare ed uscire dal Kosovo con facilità.

Per un Kosovaro invece il maggior ostacolo alla propria libertà di movimento è il suo stesso passaporto. Per i cittadini residenti in Kosovo è necessario il visto per viaggiare ovunque, salvo una manciata di Stati per cui l’accesso è libero. Per questo, all’aeroporto sono esposte grandi insegne contro la politica di restrizione dei visti verso l’Europa: posizionate sopra il nastro porta-bagagli, durante l’attesa ci impongono di riflettere su una condizione che la cittadinanza europea ci ha permesso di dimenticare.

L’aeroporto internazionale di Pristina, frutto di ingenti investimenti del governo turco, porta il nome di Adem Jashari, comandante dell’ UÇK (Esercito di Liberazione del Kosovo) trucidato durante il conflitto, insieme a gran parte della sua famiglia allargata, dall’esercito jugoslavo in un piccolo villaggio della Drenica. All’uscita dello scalo una giovane donna con il figlio aggrappato al collo si rivolge a noi indicando i campi polverosi che circondano la pista di atterraggio. Ci assicura che il centro di Pristina è molto diverso: “E’ come New York!”, dice sorridendo. Sono questi i segni del confine immaginario che varchiamo. L’altrove che abbiamo raggiunto ci mostrerà le difficoltà e le contraddizioni, le ricchezze e le speranze di un Paese nascente.

La strada per raggiungere Peja attraversa un paesaggio di colline morbide e brulle. I pochi centri che attraverseremo hanno vie dai nomi stranamente familiari: Albright, Gen. Wesley Clark, Clinton. Il carico simbolico della toponomastica in Kosovo è particolarmente evidente. Ai lati della carreggiata, altari in pietra nera celebrano i caduti dell’UÇK: i più imponenti, su cui svetta una bandiera con l’aquila bicipite albanese, li ritrae a grandezza naturale in divisa, mentre i più modesti si confondono nei piccoli cimiteri dei villaggi vicini. Il conducente del taxi in cui viaggiamo sembra non notare i monumenti nonostante la frequenza con cui ne incontriamo lungo il percorso.

Prima di imboccare un tratto di strada di nuova costruzione, l’autista, superando a gesti la barriera linguistica, propone di bere qualcosa per combattere il caldo. Dopo una rapida sosta ad un chiosco improvvisato ai bordi nella strada, ci porge bottiglie di birra ghiacciata. Le stappa, sintonizza l’autoradio su radio KFOR, alza il volume e riprende a guidare.

Il Kosovo della KFOR

A cura di Cecilia Sartori

“Da bambina correvo incontro ai militari della KFOR quando passavano per strada”.

Questa frase è stata la riposta di una brillante ragazza albanese kosovara di vent’anni, Albina Lleshi, alla domanda sul suo rapporto con le forze armate internazionali. Non era nemmeno lontanamente vicina a nessuna di quelle che avevo ipotizzato e raggruppato in ‘risposte possibili’. Onestamente rimasi profondamente scioccata dalla naturalezza con cui pronunciò quelle parole e dalle reazioni che quell’affermazione suscitarono in me.

Nonostante avessi ammaestrato il mio sguardo sul conflitto attraverso libri, saggi e articoli di giornale non ero riuscita fino a quel momento a calarmi nei panni di una persona che quella guerra l’ha vissuta veramente. Il rifiuto totale della violenza e delle sue incarnazioni mi portava a omettere inconsciamente alcune voci nel processo di valutazione della questione, che perciò restituiva un giudizio né lucido né ponderato come risultato. Fino ad allora, l’immagine di una bambina che corre felice verso uomini armati in uniforme vinceva indiscutibilmente la medaglia d’oro nella classifica personale dei “top of ossimori”.

Quel giorno ebbi una sorta di epifania: mi resi conto di aver solo raramente e mai con neutralità preso in considerazione il mondo militare nella lettura della realtà da me percepita, quasi come fosse un parente dal passato oscuro che, se possibile, si evita di invitare alle riunioni familiari.

“Tout commence par une interrupption” sosteneva Paul Valéry. E così il mio approccio alla questione.

 

Le musiche kosovare di Pristina

A cura di Caterina Trentin

Siamo atterrati all’aeroporto “Adem Jashari” di Prishtina il 9 luglio 2016, ma la nostra prima vera visita alla capitale kosovara si svolge il 12 luglio. Per tutti e cinque è la prima volta a Pristina e nel Paese stesso.

Ad accompagnarci nel primo viaggio nella capitale, ed anche in quelli successivi, è una corriera dove si respira non solo il gran caldo di quest’estate kosovara, ma anche una particolarissima atmosfera: non siamo i soli passeggeri del mezzo, ma siamo seguiti da una decina di ragazzi dell’Università “Haxhi Zeka” della città di Peja che conducono insieme a noi questa ricerca tra le istituzioni dello stato nascente.

Durante i viaggi mangiamo in compagnia il “byrek”, la pasta arrotolata ripiena di carne e di formaggio, sapore tipico della cultura albanese, accompagnato da qualche yogurt di capra e, dopo i primi imbarazzi, cominciano le presentazioni e le conversazioni con i nostri nuovi amici; l’intera ora di strada è accompagnata dal suono di moderne canzoni albanesi rap, intervallate solo da qualche performance canora tradizionale kosovara dei nostri compagni di avventura. Anche noi proviamo a lanciarci in qualche esibizione canora della musica italiana ma per lo più rimaniamo ad osservare catturati ed affascinati l’energia e l’esuberanza dei canti e dei balli tipici kosovari.

Arrivati a Pristina, dopo aver esaurito i nostri impegni lavorativi ed istituzionali, chiediamo ai ragazzi dell’università di accompagnarci in giro per una visita della città.

Cominciamo ovviamente da una delle piazze principali della città “Sheshi Skënderbeu”, preceduta da un meraviglioso viale alberato riempito di bancarelle che vendono libri, abiti tipici, giochi per bambini e pannocchie… La piazza prende il nome dalla maestosa statua che raffigura “Gjergj Skënderbeu”, eroe della resistenza albanese all’avanzata turca, rappresentato in sella ad un cavallo e presente non solo a Pristina in Kosovo, ma anche a Tirana, capitale dell’Albania.

La nostra permanenza nella piazza è accompagnata da qualche scatto fotografico e da un gigante “lego” color giallo, nonché dalle risate dei bambini che giocano nell’acqua che sgorga da piccoli fori nel terreno della piazza.

La seconda tappa del nostro mini tour cittadino è il monumento “Newborn”, un’imponente scritta del nome stesso del monumento che periodicamente viene ridipinta di colori diversi: il giorno dell’inaugurazione, il 17 febbraio 2008, è di un oro acceso, nel 2013 viene colorata dei colori delle bandiere dei paesi che hanno riconosciuto il Kosovo ed infine, il giorno del nostro arrivo nel 2016, è un misto di bianco e azzurro intersecati tra di loro. Il giorno della inaugurazione del monumento non è ovviamente casuale e coincide con il giorno della dichiarazione d’indipendenza dello stato kosovaro, proprio per richiamare l’attenzione su questo evento e sulla nuova nascita del Kosovo.

Ci tratteniamo almeno mezz’ora ad ammirare il monumento e, ovviamente, a fotografarlo da ogni prospettiva.

Nelle visite successive alla città di Pristina, concludiamo il nostro capitolo storico e culturale con delle passeggiate per le vie della città, da dove scorgiamo la cattedrale intitolata a Madre Teresa, e con una breve visita alla “Biblioteca Nazionale del Kosovo”. La biblioteca all’esterno è architettonicamente molto particolare e affascinante formata da diverse cupole bianche che ricordano lo stile bizantino ed interamente ricoperta da una rete di metallo.

Questa, come tutte le altre visite, si concludono con il consueto viaggio in corriera: ci fermiamo solo per una breve pausa all’autogrill da dove ammiriamo gli ultimi tramonti kosovari a cui assisteremo, accompagnati dalla suggestiva musica balcanica in sottofondo…

 

Università Haxhi Zeka, rappresentanze

A cura di Arivist Cupi

Fare il rappresentante degli studenti non è la cosa più semplice, come alcuni pensano che sia, in quanto sei messo in prima linea a risolvere i tanti problemi che affliggono l’università: problemi tra professori e studenti che riguardano principalmente gli orari di un dato corso oppure stare attenti a come, in sede di consiglio di dipartimento o di consiglio di corso di studio, vengono redatti i vari regolamenti.

È un compito e un dovere che ci si prende nel momento in cui poni la tua candidatura e ottieni la fiducia da parte dei tuoi elettori, che sono anche tuoi colleghi universitari e credono in te ma, al tempo stesso desiderano che faccia al meglio il tuo lavoro (perché alla fine si tratta anche di un vero e proprio lavoro). Nonostante il mio lavoro di rappresentante possa essere faticoso ed impegnativo posso dire che il tutto ruota attorno a questioni meramente universitarie.

Questo era il mio pensiero prima di incontrare i ragazzi dell’Università Haxhi Zeka di Peja, università giovane dove la costruzione dei vari laboratori e delle classi è ancora in essere, con un buon margine di miglioramento in futuro. Questi ragazzi ci hanno accolto come meglio hanno potuto attraverso la condivisione delle strutture a loro disposizione e il racconto di com’è organizzata la giornata tipo di questa università, la visione delle loro strutture e del materiale a loro disposizione, raccontandoci anche dei progetti futuri che i rappresentanti, assieme agli studenti, hanno intenzione di mettere in piedi e di cercare di realizzare. Nonostante non vi sia ancora la liberalizzazione dei visti, hanno in prospettiva vari progetti che coinvolgono gli studenti in svariati ambiti. Attraverso quest’esperienza si può dire che si è avuto un arricchimento delle esperienze di rappresentante andando a trovare ragazzi (mi sentirei di chiamarli colleghi) che fanno il mio stesso lavoro, che hanno a che fare non soltanto con le problematiche delle borse di studio, ma si devono misurare con questioni in cui possono subentrare aspetti questioni di tipo politico e, alcune volte, di tipo etnico. Questi ragazzi, che si mettono al servizio degli altri studenti, non solo hanno a che fare con impegni universitari e/o burocratici ma, considerando la storia e le vicissitudini che ha dovuto affrontare la popolazione kosovara, hanno un peso ancor più duro da sostenere e un lavoro di rappresentanza ancor più complicato (che può togliere grandissime soddisfazioni, non solo di carattere personale) poiché devono avere la capacità di ricucire le vecchie ferite che ancora oggi prevalgono su una buona parte della società kosovara. Questi giovani, durante la loro carriera universitaria, hanno l’opportunità di capire dove sta sbagliando la classe politica attuale e, attraverso diversi scambi di opinione e incontri, cercare di capire la storia da più punti di vista con l’enorme vantaggio di non veder imporre un’idea sull’altra. Ma anche dare spazio a critiche nei confronti di se stessi e incominciare a costruire, o a ricominciare a ricostruire, uno stato su delle fondamenta forti, tali da poter permettere una convivenza civile tra tutte le varie etnie presenti in Kosovo. Una convivenza che non solo gioverebbe a livello studentesco e universitario ma anche a livello più ampio (sia esso locale che nazionale), per poter dar così l’opportunità a tutti quanti di prendere in considerazione il fatto che andare verso una riconciliazione invece che continuare ad imporsi dal punto di vista storico non è di certo una parte ottimale.

 

La Municipalità di Peja

A cura di Federica Polidoro

Il Kosovo ha colpito molto come Paese e in particolar modo la città di Peja che ci ha ospitato in questa breve ma intensa esperienza, di viaggio e di studio.

In primis, mi ha colpito molto il paesaggio, perché ho notato delle somiglianze con la morfologia trentina; anche il Kosovo ha molte montagne e delle valli molto belle da visitare. Difatti, è stato molto piacevole poter essere all’inaugurazione della seconda via ferrata Ari Grotta, dove abbiamo potuto incontrare la KFOR italiana. Le somiglianze le ho notate anche con il Sud-Italia, per le distese ampie di campagna e la vegetazione secca, per via del clima asciutto e delle alte temperature estive, ma anche per le case in via di costruzione o lasciate a metà dei lavori che suscita qualcosa di indefinito, inconcluso.

In secondo luogo mi ha colpito il modo di fare delle persone; non mi aspettavo un atteggiamento così positivo e ottimistico per il futuro (anche riguardo il futuro allargamento europeo), in questo periodo di crisi generale. Paragonando questa esperienza con un’altra mia esperienza di viaggio in Bosnia-Erzegovina, nell’agosto 2012, le persone in Kosovo mi sono sembrate molto più concrete ad un radicale cambiamento sia di vita, sia di mentalità rispetto ai bosniaci, i quali mi erano parsi più legati al passato e dove la problematica della convivenza religiosa è ancora molto discussa e forte rispetto al Kosovo. Da questo punto di vista sono stata molto sorpresa, però sempre in positivo per quanto riguarda le zone che abbiamo potuto visitare!

Il primo giorno di incontri istituzionali abbiamo avuto modo di incontrare il sindaco di Peja, Gazmend Muhaxheri, il quale ci ha illustrato la situazione della Municipalità di Peja. La municipalità di Peja è uno dei 7 distretti presenti in Kosovo, i quali sono stati istituiti sotto l’amministrazione dell’ONU con la risoluzione 1244 del 1999. I distretti sono divisi successivamente in 30 comuni.

La città di Peja ha circa 97.900 abitanti, di cui il 92% è albanese e la restante minoranza è – in ordine decrescente – serba, rom, bosniaca, egiziana. Il problema delle minoranze è ancora molto forte. Infatti, l’Assemblea comunale è composta da 35 membri dei quali il 10% proviene dalle comunità di minoranza. Questa percentuale è stata scelta per garantire adeguata rappresentanza e partecipazione a tutte le minoranze presenti sul territorio che non risulta facile anche per via delle differenze linguistiche e per questo motivo è stato creato il Comitato delle Comunità delle minoranze.

Peja è sempre stata una città industriale dominata dall’industria di zucchero, birra e dalla produzione di scarpe. Attualmente la municipalità si è voluta impegnare sullo sviluppo di tre principali settori: l’Agricoltura, il Turismo e le Infrastrutture. Difatti, è impegnata in numerosi e interessanti progetti e per la loro attuazione collabora e riceve fondi da numerosi enti internazionali, nazionali e locali, tra cui l’Unione Europea(UE) e la Provincia di Trento, la quale è fonte di ispirazione per questo territorio.

Come appena detto, l’UE contribuisce molto, investendo fondi in vari progetti, favorendo così il processo di integrazione e futuro allargamento. Ha investito svariati milioni di euro per progetti in ambito ambientale. Anche la Provincia di Trento sta collaborando ad un progetto sullo smaltimento delle acque reflue in Val Rugova, situata alla fine di Peja. La Provincia di Trento collabora anche a progetti nel campo dell’agricoltura e dell’educazione.

Per quanto riguarda il turismo, uno dei maggiori progetti in corso è quello riguardante la costruzione di un centro sciistico, dato che il Kosovo offre svariate opportunità per fare sport outdoor, tra cui arrampicata, vie ferrate, mountain bike, rafting e, appunto, sci. L’impianto sciistico è finanziato grazie ad una partnership tra ente pubblico e privato.

Il maggior problema per le infrastrutture riguarda la costruzione di strade nuove, ed è in fase di costruzione un’autostrada che abbiamo potuto percorrere nel nostro tragitto dall’aeroporto di Pristina a Peja città. L’autostrada è finanziata, invece, principalmente da due Paesi stranieri: Stati Uniti e Turchia.

La municipalità di Peja, come già accennato, prende spunto da altre esperienze di amministrazione pubblica, positive o molto positive, che hanno visto protagonisti i Paesi europei, tra cui: Svizzera, Germania, Italia, Francia e Norvegia.

Un esempio che mi ha colpito molto, dato che il Kosovo ha una Costituzione democratica al pari della Costituzione italiana, è quello riguardante la legge norvegese per gli operai. Questa legge si applica in fase di licenziamento e prevede una procedura di 3 anni prima che l’operaio sia effettivamente licenziato.

Di tutta questa esperienza quello che ha colpito maggiormente delle persone, delle figure istituzionali incontrate è il fatto che hanno delle storie “particolari”, segnate da guerra, odio e dolore (come quella di Muhaxheri, il quale è stato incarcerato in quanto considerato un oppositore, voleva l’indipendenza del suo Paese) ma che hanno una gran voglia di (ri)cominciare, di costruire insieme una nuova e “diversa” società.

Info

Per ulteriori approfondimenti: https://www.trentinobalcani.eu/impressioni-da-un-viaggio-in-kosovo/


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