Drimer, al secolo Francesco Marchetti, è un giovane rapper emergente trentino. Classe 1995, attualmente vive a Trento, dove studia presso la facoltà di scienze storiche; è originario di Castelfondo, in Val di Non. Recentemente è stato oggetto di attenzioni da parte della stampa locale in seguito alla pubblicazione di un singolo, Noi Non Vi Vogliamo, che ha ricevuto quasi 70.000 visualizzazioni sul suo canale YouTube.

Come ti sei appassionato a questo genere musicale? Cosa ti ha spinto a iniziare a fare rap?
Ho iniziato ad appassionarmi al genere grazie a mia sorella, grandissima fan di Eminem, che già da quando ero piccolo mi bombardava con la sua musica; crescendo ho iniziato ad innamorarmi sempre di più dell’hip hop, non solo ascoltando ma provando a scrivere le prime rime, i primi pezzi, anche imitando un po’ lo stile di chi in quel momento mi piaceva di più musicalmente e iniziando a sperimentare con il freestyle. Col passare del tempo ho iniziato a conoscere persone con il mio stesso interesse a fare questo tipo di musica, prima nella mia valle e poi qui in città, e ho continuato insieme a loro a coltivare questo interesse fino ad approdare alla mia prima freestyle battle, Natale Letale, a Riva del Garda nel 2010. Due anni dopo, nel 2012, sono arrivato in finale alla freestyle battle del Playground di Bolzano, una grande manifestazione di cultura di strada: questo mi ha permesso di farmi notare agli occhi degli artisti che in Trentino, e soprattutto nella città di Trento, si muovevano da più tempo di me e avevano già intrapreso percorsi interessanti di carriera e di crescita professionale. Di conseguenza, tra il 2012 e il 2013 è nato Birrette Family, il collettivo hip hop trentino di cui faccio parte insieme a Scream, Compless, Nardo e Big House, che ha all’attivo un EP omonimo e una serie di live in tutto il nord Italia. Da lì ho iniziato a impegnarmi e migliorare sempre di più sia nella partecipazione ai contest che nella produzione di musica solista, pubblicando mixtape e album e iniziando a fare concerti con un ritmo più sostenuto.

Cosa significa iniziare a fare rap “in valle”? Che difficoltà pone il fatto di iniziare una carriera nella periferia di un territorio come quello trentino?
Quando io ho iniziato a interessarmi al rap, si trattava ancora di un genere abbastanza di nicchia, perciò nelle zone meno centrali della provincia era molto difficile trovare coetanei con la stessa passione. Penso che ora le cose siano un po’ cambiate, nel senso che il genere ha acquisito molta popolarità negli ultimi anni, quindi ora ascoltare rap, ma anche manifestarlo nell’abbigliamento e nell’atteggiamento, è diventato molto più normale. Quando ho cominciato, attorno ai 14 anni, nella mia valle c’erano persone della mia età che vedevano la mia passione solo come un motivo per le prese in giro: forse anche per questo appena ho potuto ho iniziato a frequentare giovani di altre zone, con i quali avevo in comune questo interesse. Non è da sottovalutare neppure il problema delle distanze, dato che gli eventi si svolgono generalmente nelle città, spesso di sera, e se un ragazzino decide di partecipare deve avere un mezzo di trasporto, qualcuno che lo accompagna. Per me ad esempio sono state cruciali prima di tutto la disponibilità della mia famiglia nell’accompagnarmi agli eventi, pur con tutti i dubbi che avevano su questa mia passione, e poi l’ospitalità che gli amici di Trento mi hanno molte volte offerto.

Parliamo un pochino della città di Trento: come viene accolta qui la musica che fate? Vedi differenze significative rispetto ad altre città dove hai suonato?
Sicuramente il rap a Trento è arrivato un po’ in ritardo rispetto ad altre città poco lontane: Padova e Bologna, ad esempio, sono aperte al genere da molto più tempo, quindi la presenza di una scena rap è già più accettata all’interno della vita culturale cittadina. In ogni città, comunque, la risposta della popolazione a qualsiasi iniziativa dipende un po’ anche dalle risposte delle amministrazioni: intendo dire che se l’amministrazione tende a dare più ascolto alle lamentele di chi vorrebbe una città tranquilla e silenziosa, castrando sul nascere iniziative culturali interessanti per paura che possano dare fastidio, anche il pubblico smette lentamente di interessarsi a quello che viene fatto. Anche a Trento c’è in parte questa tendenza a soffocare le iniziative “rumorose”, piuttosto che a creare luoghi adeguati a poterle organizzare senza infastidire il resto della cittadinanza. Per quanto riguarda il pubblico invece vedo che le poche serate che si riescono a organizzare sono solitamente molto ben frequentate, inoltre il pubblico trentino è molto supportivo online.

A proposito di Internet: che importanza ha per te e per la tua carriera?
Internet secondo me ha comportato enormi cambiamenti positivi: ha velocizzato molti processi del fare e del diffondere la musica, portando ovviamente anche la possibilità di raggiungere più persone e quindi di veder crescere più in fretta la propria popolarità. Se penso ai pionieri del rap che negli anni ’90, per farsi conoscere, masterizzavano le musicassette e le distribuivano a mano agli amici! Però il potere più grande del web secondo me consiste nella possibilità di connettere le persone, a prescindere dalle distanze fisiche; questo si unisce alla naturale tendenza dell’hip hop a fare comunità, in modo più marcato che altre scene musicali. Di conseguenza si rendono possibili contatti e collaborazioni con persone da tutto il mondo.

Spesso la musica hip hop viene criticata per i testi, considerati crudi e volgari, e per il linguaggio scurrile: secondo te l’autore ha una responsabilità per quanto riguarda il messaggio che passa con i suoi testi?
Secondo me ogni artista deve prima di tutto ricordarsi di avere un pubblico. Ciò significa che dobbiamo essere consapevoli di avere delle persone che ci ascoltano, dei fan che probabilmente prenderanno quello che diciamo per vero. Per me questo vuol dire cercare di cogliere l’opportunità di spingere i miei ascoltatori nella direzione della conoscenza, magari attraverso spunti di riflessione o riferimenti, nei miei testi, che facciano venire a chi li sente la curiosità di andarsi a cercare qualche informazione in più. In ogni caso la musica è arte e in quanto tale credo che il suo scopo principale sia quello di intrattenere, poi sta all’artista la scelta di inserire o meno qualcosa di più nel messaggio che porta. Per quanto riguarda il linguaggio che si usa, invece, va considerato che il rap è nato in un contesto di strada e di difficoltà, quindi è normale che questo linguaggio sia più utilizzato che in altri contesti musicali; fa parte, in un certo senso, del background culturale dei primi artisti del genere, e come tale va contestualizzato. Credo che in alcuni casi le espressioni volgari siano molto utili: ad esempio per dare forza a un’affermazione, oppure all’interno del racconto di situazioni dove quel linguaggio è pane quotidiano. Non va dimenticata inoltre la forza catartica di alcuni pezzi, ad esempio all’interno del filone horrorcore, dove gli artisti sputano nei loro pezzi tutta la volgarità e la cattiveria di cui sono capaci, investendoli in questo modo del ruolo di “valvola di sfogo” delle frustrazioni: lasciarsi andare nella musica per non farlo nella vita reale.

Come vedi il tuo futuro di artista?
Ho intenzione di continuare a migliorare e a crescere nella musica: sono sempre stato molto ambizioso e soprattutto difficile da soddisfare, perciò cerco di incanalare questa mia insoddisfazione nella spinta verso un miglioramento costante. Pur essendo un po’ più disincantato rispetto al passato, ho molta fiducia nel futuro: so di potercela fare, come chi mi ascolta mi ha più volte fatto capire.