Ecco a voi l'intervista di Trentogiovani ad Alessia Matrisciano, giovane regista e sceneggiatrice, che a breve presenterà "Fallisci Facile", il primo spettacolo tutto suo!

  • Ci piacerebbe innanzitutto conoscere il tuo percorso professionale. Ti sei ispirata a qualcuno?

Ho sempre creduto che il mio obiettivo nella vita fosse scrivere. Alle elementari scrivevo racconti, dopo il liceo sono passata alla poesia e ho pubblicato due libri. C’era qualcosa però che non mi rendeva felice: mi sentivo sola. Questa sensazione è dovuta sicuramente allo stato dell’Italia di oggi, dove tutti vogliono fare gli scrittori ma nessuno legge, dove i nuovi poeti sono solo buoni bocconcini per case editrici che campano su di loro (e non sui lettori); ma non era solo questo. Mi sentivo sola perché scrivevo nel chiuso della mia stanza per gente che mi avrebbe letta nel chiuso della propria. Mancava il corpo: avevo paura e voglia di corpo. All’università ho scoperto che il teatro era quello che cercavo. Ho frequentato per un anno un’Accademia che mi ha dato tanto ma anche tolto tanto e infine, grazie anche al consiglio di alcuni registi fuori dal coro, ho deciso di costruire le mie basi da sola. Devo dire che per tutti, Accademia o no, la scuola principale si fa la sera a teatro come spettatori critici. Non ho un artista di riferimento ma mi rendo conto di stare
“rubando” da molti registi diversi. A novembre è andato in scena il mio primo testo teatrale, Cotard, per la regia di Pamela Parafioriti con la quale continuo a collaborare come drammaturga (abbiamo in cantiere una riscrittura di Beckett...). A febbraio invece debutterà Fallisci Facile, il primo spettacolo tutto mio.

  • Da dove ti è venuta l'idea di mettere in scena questo spettacolo?

Da un’esperienza personale. L’anno scorso ho provato a smettere di fumare. Leggevo tanti articoli di giornali medici che, per incoraggiarmi, elencavano tutte le sostanze da cui il mio corpo si sarebbe disintossicato minuto dopo minuto e fissavano a 72 ore il limite delle sofferenze psicofisiche da astinenza. Mi sono sentita presa in giro. Le riviste dipingono una realtà così facile, pulita, monolitica e monodirezionale, mentre la vita è tutt’altra cosa. Da queste riflessioni è nato un corto teatrale che abbiamo rappresentato al teatro Studio Uno di Roma. Sono stata felice di sentire il pubblico ridere. Il nostro lavoro è stato selezionato per la stagione, con l’obbligo di ampliarlo e trarne uno spettacolo intero. Così ho creato altri personaggi che, in modi diversi, contrappongano la loro cruda realtà all’immaginario patinato delle riviste, e li ho fatti interagire tra loro.

Cosa significa essere una giovane regista-sceneggiatrice?

Significa essere spaventata dalle preoccupazioni dei genitori, che credono in te ma temono che il tuo lavoro non diventerà mai “serio”. Significa essere sballottata, come un legnetto nelle onde, dalle parole dei vecchi del mestiere: ora ti incoraggiano, ora ti buttano giù, ora ti suggeriscono di mollare tutto finché sei in tempo (già! E loro?). Significa essere parte di una piccola grande famiglia di coetanei, come te spaventati e sballottati, come te decisi ad emergere contro tutto e tutti. Significa comprare biglietti del teatro con più frequenza delle sigarette, essere amica dei bigliettai, avere l’agenda piena di cose da vedere. Significa avere doppia responsabilità (testo e regia), doppie turbe, doppia figuraccia o doppia soddisfazione. Significa essere costretti a costruire un’immagine di sé vincente e senza ombre, ma lottare per tenersi le proprie ombre.

  • Come vedi il futuro di questa professione, in un mondo sempre più tecnologico?

Il teatro è il mezzo del futuro: è in 3D e non servono neanche gli occhialetti! Di certo il nostro lavoro è molto legato alla tecnologia per quanto riguarda la promozione: giusto ieri ho sentito un mio collega lamentarsi di lavorare troppe ore su facebook. Lo spettacolo è sempre stato legato al marketing e il teatro non fa eccezione, per cui nell’era del digitale è normale passare più ore alla tastiera che sul palcoscenico. Ciò si lega a quello che dicevo prima: i registi e gli attori sono costretti a crearsi un’immagine “vendibile” per avere opportunità di lavoro. Ma questo vale per qualunque professione e valeva anche cento anni fa. Per quanto riguarda il lavoro concreto: il teatro va avanti e va più avanti della tecnologia. Negli anni ‘80 era un proliferare di schermi e proiezioni, si strizzava l’occhio al cinema e ai videogames. Oggi posso dire, da quel che vedo, che tutto questo è stato assorbito e superato. Schermi, proiezioni, espedienti tecnologici sono solo dei mezzi, mentre la rivoluzione del teatro la fanno ancora gli attori coi loro corpi “analogici”.

  • Cosa consiglieresti ai ragazzi che vorrebbero intraprendere il tuo percorso?

Credo di non essere nella posizione di chi può dare suggerimenti: sono solo all’inizio e non so ancora se quello che faccio porterà a un risultato. Io chiedo spesso consiglio ai registi più grandi e mi sento rispondere tutto e il contrario di tutto: molti dicono che studiare in un’Accademia è necessario, molti altri lo negano; molti vedono i giovani registi come insetti, molti altri come avversari; molti sono falsamente amichevoli e molti sono forzatamente snob. Il consiglio che vorrei dare a voi e a me stessa è quello di Marco Martinelli del teatro delle Albe: essere asini appassionati. Si può pure non avere padri, non avere scuole, ma non si può andare a dormire la notte se le prove di giorno non sono andate bene. Una scena o funziona o non funziona, non ci sono vie di mezzo.

 

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